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TERRA CIOCIARA: STORIA - URBANISTICA - FOLKLORE - AMBIENTE


NEL SECOLO DEL RINASCIMENTO

"LA DISGRAZIATA GUERRA DEL 1556 - 57"

"I DANNI SUBITI DA FROSINONE"

"NUOVE INFEUDAZIONI"

"LA DISGRAZIATA GUERRA DEL 1556 - 57"

Trent’anni dopo gli eventi del 1526 - 1527 ci fu una seconda guerra tra lo Stato pontificio e gli spagnoli di Carlo V e Filippo II. Paolo IV voleva far cessare il loro predominio in Italia.

Fu, come la definisce il Pastor, una «disgraziata guerra».

Hertling la dice «quasi ridicola». Frosinone purtroppo subì gravissimi danni. I fatti salienti si possono schematizzare così: il 15 maggio 1555 venne eletto il Papa Paolo IV. «Tutti erano d’accordo sulla sua santa vita e sulla sua dottrina».

Papa Paolo IVEgli era animato dai migliori propositi. Infatti il 29 maggio 1555, a 14 giorni dall’elezione, emise la bolla con la quale assicurava «di impiegare tutte le sue forze per ristabilire la pace nella Cristianità».
Però commise lo sbaglio di affidare la direzione della Politica al nipote Carlo Carafa. Egli lo fece non per nepotismo, ma per avere una persona di fiducia.
Purtroppo questo suo nipote lo portò a compiere dei passi sbagliati. Egli poi aveva eccessivo rigore, era brusco, ostinato e credeva di poter fare il Papa alla maniera di Innocenzo III.

Con queste qualità d’animo pensava di cacciare gli spagnoli dall’Italia e quindi simpatizzava con i francesi.

Il 25 settembre 1555 si chiuse la dieta di Augusta con la celebre pace di Augusta, che praticamente sanzionò e autorizzò la separazione dei protestanti dai cattolici. Paolo IV si convinse che la responsabili di quel risultato negativo era l’imperatore Carlo V che, dopo il sacco di Roma del 1527, Quinones aveva chiamato «Generale in Capo di Lutero».

I cattivi consiglieri poi gli fecero credere che quel sovrano era nemico della S. Sede ed era intenzionato di avvelenare il Papa. Non per nulla aveva messo il "veto" per la sua elezione al pontificato.

Poalo d'AlbaIl 15 dicembre 1555 fu quindi firmata una lega difensiva contro gli imperiali dai plenipotenziari della S. Sede e della Francia. Seguì poi una buona schiarita fino al punto che il 17 febbraio 1556 il Papa abbracciò l’ambasciatore di Carlo V. Il nipote però sconvolse la situazione e giunse a far togliere i feudi ai Colonna e a far credere «eretico e scismatico» l’imperatore.

La situazione precipitò. Il 5 settembre 1556 il duca d’Alba, D. Ferdinando Alvarez, varca i confini del regno di Napoli e invade lo stato pontificio con 12.000 fanti e 1.550 cavalieri.

«Spedì Garzia di Toledo colla fanteria spagnola e con alcuni cavalli leggeri per Frosinone dove i papalini avevano fatto l’apparecchio per la guerra ed egli marciò appresso...
Sotto Pofi si fermò il viceré con l’esercito per tre giorni, e in questo mentre si occupò Frosinone dove si rinvenne una quantità di vettovaglia». Il duca d’Alba occupò tutti i centri della Campagna «prendendone possesso a nome non già del suo re Filippo II, ma del Papa futuro ed il sacro collegio».

Frattanto il card. Carafa, nipote del Papa «trattò con il duca d’Alba con molti intrighi e riuscì ad ottenere un armistizio».
Però alla fine del gennaio 1557 anche il re di Francia prese le armi contro Filippo II. Questo fatto incoraggiò Paolo IV a dar battaglia agli spagnoli che bivaccavano nello Stato. «La guerra fu disgraziatissima per i pontifici sconfitti completamente a Paliano, il 27 luglio 1557».

Roma corse il pericolo di un saccheggio e si temette un nuovo 1527. La jattura fu scongiurata perché gli spagnoli furono moderati.
La triste vicenda si chiuse con il trattato di pace di Cave del 12 settembre 1557, a un mese e due giorni dalla storica battaglia di S. Quintin, che assicurò alla Spagna il predominio in Europa.

"I DANNI SUBITI DA FROSINONE"

In occasione del conflitto ora ricordato la nostra città fu duramente colpita e martoriata. Le notizie dei danni subiti ci sono pervenute attraverso gli atti delle visite pastorali dei Vescovi e delle relazioni dei parroci locali, anche se sono posteriori. Le informazioni sono incomplete. Riguardano principalmente i luoghi di culto. Essi però ci fanno vedere che le rovine sofferte da Frosinone furono ingenti.

Ecco alcuni dati:

Chiese distrutte:

1) S. Biagio.Antiche biblioteche - FrosinoneEssa sorgeva alla confluenza di Viale Napoli, Via Guglielmo Marconi e Corso della Repubblica. Al suo posto sorse la Chiesa di S. Sebastiano e poi di S. Antonio, recentemente demolita.
Nella visita pastorale del 1581 è detto che la chiesa di S. Sebastiano, sorta al posto di quella di S. Biagio, era stata edificata dalla famiglia Gentili.

2) S. Giuliano. Questa chiesa medioevale sorgeva nella zona della stazione ferroviaria nei cui pressi esiste ancora la via S. Giuliano.
Nella visita compiuta da Mons. De Grassis nel 1581 si dice che era parrocchia rurale e che aveva un reddito di scudi 10 annui, Essa era stata eretta dal clero e dai militi di Frosinone e da loro poi donata al monastero di Montecassino il 2 gennaio 1154, come si è detto a suo luogo.

3) S. Giovanni. Di questa chiesa abbiamo parlato nel capitolo dedicato al secolo XII. Nella citata visita del 1581 è detto che fu distrutta nella guerra del 1556 e che vi era un reddito di scudi 30, che venivano riscossi dall’abate di Casamari.

4) S. Martino.Questa chiesa di origine monastica era abbaziale. Abbiamo avuto occasione di nominarla quando si è riferito l’atto di infeudazione a favore di Pietro Apalachi il 17 febbraio 1236. il sopra citato atto di sacra visita dice che fu distrutta nella guerra del 1556 e fu prescritta la costruzione di una cappella nella chiesa di S. Croce, che aveva la cura dell’ospedale.

5) S. Simeone. Antiche biblioteche - FrosinoneNella visita del 1581 se ne parla dicendo che era chiesa parrocchiale ma non è affermato che sia stata distrutta. Pensiamo quindi che ne fosse uscita solamente danneggiata.

6) SS. Teodoro e Tommaso. Questa chiesa sorgeva presso il ponte del fiume Cosa, non molto distante dal piazzale De Matthaeis. Nella visita del 1581 si dice che era parrocchiale e che fu distrutta nella guerra del 1556. Essa però fu riparata, perché la vediamo ancora abbastanza funzionale nei secoli XVII e XVIII.

Nel secolo XVIII quando si diffuse la lebbra in Europa era gestita «da frati» e vi era annessa una casa per lebbrosi. Ciò si rileva da un breve di Alessandro IV del 9 febbraio 1256, datato da Anagni. Esso è detto che «I frati della casa per lebbrosi della chiesa di S. Tommaso in Frosinone, invece di corrispondere alla chiesa romana quattro quartare di frumento e quattro di mosto, gravanti sui beni del presbitero Giovanni de Sauro, a lor donati, corrispondano solamente una libbra di cera».

Il primitivo titolo di questa chiesa era di S. Teodoro, poi dei SS. Teodoro e Tommaso, infine solo di S. Tommaso.

Case distrutte.

In una relazione dell’8 settembre 1876, compilata dall’abate di S. Benedetto D. Luigi Colasanti su note di archivio e sulla tradizione, si dice che nella guerra del 1556 «la città fu distrutta».

Ammettendo che l’espressione sia troppo comune e generale, non possiamo dubitare che le rovine delle abitazioni furono ingenti. I soldati spagnoli non erano i lanzichenecchi luterani scagliati su Roma nel 1527. Essi avevano il massimo rispetto per le cose sacre. Ed allora è lecito chiedersi se individui così deferenti per la religione produssero tante rovine agli edifici sacri per la dura legge della guerra, quali danni non avranno causato agli edifici civili, soprattutto a quelli che facevano da mura alla città?

E’ dunque sostanzialmente esatta l’espressione del D. Colasanti:
«Il Duca d’Alba distrusse la città e incendiò gli archivi».

Porzione di colonne nel centro sctorico - FrosinoneNon potendo ritrarre un quadro dettagliato delle rovine, ci contentiamo di ricavarne uno sintetico dalle parole del Moroni: «Ognuno può figurarsi in quale stato infelice fosse ridotto Frosinone... Paolo IV vi destinò legato della Campania il card. Vitellozzo Vitelli, che giunto a Frosinone, e presa cognizione dello stato di bisogni della provincia e città di Frosinone dopo i danni lagrimevoli cagionatigli dal duca d’Alba ottenne che per sollevare ed accrescere i suoi cittadini depauperati, e diminuiti di numero, si esentassero i suoi abitanti dalle collette per diversi anni».

Ancora dopo 10 anni Frosinone si dibatteva nei problemi della ricostruzione e si affannava a rimarginare le sue ferite. Per averne una idea approssimativa ci piace riportare una lettera con cui l’amministrazione comunale chiedeva soccorsi anche alle persone private.

La lettera è diretta al munifico cardinale Sirleti.

«Ill. mo e rev.mo Mons. et Padrone Osserv.mo.
La nostra comunità per la servitù che ha appresso di V. S. Ill.ma et Rev.ma da quella è ricorsa atteso che S.S. Ill.ma è benissimo informata delle nostre miserie, et calamità; et ad questo effetto si manda il presente Notar Giulio Silvano il quale più minutamente la potrà informare; pregano quella si degna per sua bontà prestargli fede, et grata udientia come che fosse l’istessa nostra comunità et aiutarlo a quanto a V. S. Ill.ma gli parrà al preposito che tutto lo riceveremo o gratia et favore singularissimo da quella, quale N. S. Idio l’esalta, et felicita a suo desio et con questa fine baciandole le mani gli ne offeremo etc...

Da Frusinone 10 di giugno 1566

Affett.mi Servitori

Li Sindici et uffitiali di Frusinone»

"NUOVE INFEUDAZIONI"

L’anno appresso in cui fu scritta la lettera riportata in nota il Papa S. Pio V emetteva una costituzione con la quale arginava ogni forma di speculazione sui beni ecclesiastici. Il documento è del 29 marzo 1567.

Dopo di che si procedette ad un nuovo recupero e redistribuzione dei beni della Chiesa. Nella nuova sistemazione il 16 febbraio 1582 Gregorio XIII concede in perpetuo a D. Clemente Buccelleno, nobile bresciano, il feudo di Tuzio Caetani posto nel paese, «oppidum» di Frosinone.

Con lo stesso provvedimento anche la limitrofa tenuta di Castel Massimo viene data in perpetuo ai nuovi locatari e cioè:

1) Mezza tenuta fu data in perpetuo, per un censo annuo di due ducati e mezzo d’oro, a Ortensia Clementi, Giambattista Perciballi, e altre persone.

2) Una quarta parte, in perpetuo e per un ducato annuo d’oro, ai fratelli Francesco, Stefano, Antonio e Tommaso Campanari, figli di Giustino della città di Veroli.

3) Un’altra quarta parte, alle condizioni precedenti, a Giacoma Vittoria, Perna e Mattia, figli di Pompeo Meloni di Veroli.

Nel 1625 Domenico Campanari aveva già acquistato metà del terreno del Perciballi e finalmente il 3 marzo 1753 Benedetto XIV eresse a marchesato tutta la tenuta a favore di Agostino Campanari ed eredi. Nella loro cappella di S. Pietro nei primi anni vi andarono a celebrare la Messa festiva e domenicale i PP. Agostiniani Scalzi della Madonna della Neve per scudi annui 25 di elemosina. (Libro Mastro 1737 Ag.ani S.).

Mappa del Feudo Campanari - Archivio di Stato di Frosinone

Padre Ignazio BARBAGALLO Agostiniano Scalzo

(FROSINONE - Lineamenti storici dalle origini ai nostri giorni)
- "Editrice Frusinate 1975"

Per le citazioni storiche, la bibliografia ed altro, si rimanda ad una consultazione diretta dell'opera.

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