"VITA AGOSTINIANA
A FROSINONE"
Il pellegrinaggio giubilare del 2025
Il nostro pellegrinaggio è avvenuto in concomitanza
con il Giubileo degli Operatori di Giustizia che si è tenuto a Roma il 20 settembre 2025
Le
parrocchie sono il tessuto connettivo del Giubileo perché costituiscono il cuore
pulsante della comunità dei fedeli a livello locale, ma per una buona esperienza
giubilare è fondamentale il ruolo dei sacerdoti, alla guida dei fedeli, essi
indirizzano nella preghiera, nella celebrazione dei sacramenti ed anche nell'approfondimento
del pellegrinare che altro non è che una serie di soste spirituali per rigenerare
il corpo e l'anima.
L'esperienza dell'Anno Santo è stata possibile in tante chiese e basiliche, ma tra le colonne vaticane è certamente un momento coinvolgente, per le nostre comunità locali... anche i luoghi simbolo contano!!!
In generale sono stati tanti i fedeli della nostra parrocchia che, a vario titolo, ed anche in momenti diversi, hanno celebrato il giubileo "Spes non confundit" - La speranza non delude. A questo proposito elenchiamo, per semplicità, i macro gruppi che si sono diretti a Roma: fedeli, scout, coristi e catechisti, giovani e meno giovani.
Ma la giornata della nostra partecipazione, oltre a richiamare gli Operatori di Giustizia, insieme ai loro familiari, ha coinvolto tutti coloro che si occupano, nel mondo, della giustizia laica, canonica ed ecclesiastica, nella sostanza: giudici, pubblici ministeri, magistrati, avvocati, operatori del diritto, etc..
Il
Programma pubblico del giorno:
- h.8.00: Possibilità di accesso alla Piazza
- h.9.00-10.30: Possibilità di ricevere il Sacramento della Riconciliazione;
- h.10.30: Saluto Istituzionale di S.E.R. Mons. Rino Fisichella
- h. 10.45: Lectio di S.E.R. Mons. Juan Ignacio Arrieta sul tema "Iustitia Imago
Dei: l’operatore di giustizia, strumento di speranza"
Ovviamente non poteva mancare l'incontro con Papa Leone e l'ingresso attraverso la Porta Santa. Il nostro pellegrinaggio, che è avvenuto insieme con i fedeli della Parrocchia San Paolo, ha avuto altri due momenti fondamentali con la seguente scansione:
- h.12.00: Udienza
con il Santo Padre Leone XIV
- h.13.00-18.00: Pellegrinaggio alla Porta Santa della Papale Basilica di S.
Pietro
Terminata la parte ufficiale, le due comunità, quella della parrocchia Madonna della Neve e quella della parrocchia San Paolo hanno pranzato insieme, un convito vaticano, confrontando le reciproche esperienze mattutine.
Il nostro programma
privato a completamento della giornata:
- Nel pomeriggio il nostro pellegrinare si è diretto alla Basilica di Santa
Maria Maggiore; il luogo di sepoltura di Papa Francesco
- Visita alla Sancta Maria ad Nives (Icona dell’VIII sec.)
- Conclusione del nostro cerimoniale privato presso la Basilica di Santa Croce
in Gerusalemme.
Papa Francesco riposa in un loculo posto tra la navata laterale della Cappella Paolina - (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza.
Foto di gruppo dei pellegrini appartenenti alle due parrocchie - 20 settembre 2025
Storie e curiosità, di alcune celebrazioni Giubilari, raccontate ai nostri parrocchiani
Le origini giubilari - Una disquisizione preparata dalla Commissione Culturale della parrocchia
In occasione del pellegrinaggio, tra canti e meditazioni, la
Commissione Culturale della parrocchia Madonna della Neve ha predisposto una
pittoresca cronistoria giubilare, per "allietare" i pellegrini nelle
ore dedicate al viaggio verso le nostre mete. Le storie raccontate, sono state
gradite e si ripropongono, leggermente ampliate, nel nostro sito parrocchiale.
La narrazione parte dalle esperienze bibliche che invitano a ristabilire la
giustizia, cancellare i debiti e liberare gli schiavi, ma anche ad un profondo
rinnovamento spirituale, attraverso il pellegrinaggio, la preghiera, la riconciliazione
e gli atti di carità.
Per quanto concerne i tempi più terreni è stata focalizzata l'istituzione del
primo giubileo e gli eventi giubilari coincidenti con i "cicli secolari".
Iniziamo
con il dire che una forma giubilare era presente lungo le rive del Nilo; un
fiume testimone della stupefacente civiltà egizia. Non dimentichiamo che l’acqua
è sempre stato l’elemento indispensabile per la vita di ogni essere vivente
e l’uomo ha fondato città ed imperi proprio lungo il corso dei grandi fiumi.
I faraoni celebravano la festa di "Sed - (o Heb Sed)"
la più importante della regalità egizia. L'antica cerimonia regale, oggi tradotta
con il termine "giubileo", stabiliva il rinnovamento della vitalità del monarca
e, conseguentemente, si faceva carico di una variabile da non trascurare: a
differenza del giubileo biblico, la festa di Sed era specificamente legata al
potere del faraone per ottenere il suo "ringiovanimento", rinnovare la sua vitalità
e confermare il suo potere, mentre il significato giubilare biblico è un anno
di liberazione, riconciliazione e rinnovamento spirituale.
Concetti notevolmente rafforzati nel Nuovo Testamento con il ruolo di Gesù che
si presenta a Nazaret predicando l'inizio dell'anno di grazia del Signore e,
di conseguenza, portando a compimento il significato del giubileo antico.
Un Gesù che annuncia la liberazione per i poveri e per i prigionieri, non solo
fisicamente ma anche spiritualmente, mentre il termine "Giubileo", in ambito
cristiano, si perfeziona in un "Anno Santo" che si celebra per la remissione
dei peccati, la riconciliazione e la conversione, promovendo la santità di vita.
Agli albori delle antiche civiltà, compresa quella egiziana, il sovrano veniva ucciso quando era troppo vecchio per regnare. La ragione di tale prassi era di carattere sociale e religioso: il faraone rappresentava la nazione e dunque tutto ciò che concerneva la sua persona ricadeva sull’intera nazione; la sua gloria, ma anche la sua debolezza, la sua giovinezza e, purtroppo, anche la fragilità della sua vecchiaia, con i riflessi che si sarebbero abbattuti sull’intera comunità.
In un momento imprecisato della storia venne introdotta la festa di "Sed" che nasce dall’esigenza di ridare forza e dignità al sovrano, senza ucciderlo. In occasione dei cerimoniali si condonavano alcune colpe, venivano coniati oggetti commemorativi in oro - placche e monili - ma anche vasi e non di rado oggetti sempre più importanti, come statue e monumenti.
A
promuovere una prima edizione giubilare fu il faraone Amenhotep III con la reggina
Tiye che vantava il titolo di "Grande sposa reale" - (Nella foto in alto il
faraone Amenhotep III con la reggina).
Ovviamente, Amenhotep III aveva uno scopo del tutto personale, di rappresentatività,
nel celebrare un suo giubileo in onore del dio Ra - Il Sole - In detta circostanza
poteva presentarsi ai suoi sudditi in tutta la sua potenza, adornato con il
grande disco solare attorno al quale era stato scolpito un cobra ureo.
Amenhotep III, fece costruire anche un grande lago a forma
di T, oggi noto come "Birket Habu", che collegava il palazzo al Nilo e, quindi,
metaforicamente all’intero Egitto.
Su questo lago si varò la barca reale dorata del faraone che si fregiava dell'Aton
splendente il - "Disco solare" - Un emblema indossato nelle festività religiose
e di stato.
Il culto di Aton stabilì un legame unico e sacro tra il dio e il faraone, che
veniva considerato l'unico intermediario tra la divinità e il popolo.
Il giubileo, nel caso di Amenhotep III e della consorte Tiye, è servito ad elevare al rango degli dei sia il faraone che la stessa regina e, lo stesso faraone, arrivava a toccare i vertici dell'autocelebrazione elevando se stesso al rango del "falco - horus" il bene che prevaleva sul caos rappresentato dallo "scorpione – seth".
Durante il viaggio abbiamo spiegato anche l'origine del termine - Giubileo - a noi caro, ed esso ha origini bibliche: "dopo aver gettato le basi dei monti" ad indicare l'atto primordiale della creazione contenuta nella Genesi, il primo libro della Bibbia, la cui stesura viene attribuita a Mosè, il settimo giorno Dio lo consacra al riposo; mentre nel Levitico - Capitolo 25 - il Signore consegna a Mosè un messaggio diretto agli Israeliti affinché riconoscano sacra la terra ad essi consegnata, istituendo un anno sabatico.

Il messaggio è determinante per le seguenti indicazioni: La terra dovrà avere un suo sabato consacrato al Signore. Per sei anni si può seminare, dissodare e vendemmiare. Si lavora per mietere e raccogliere i frutti dagli alberi, ma il settimo anno sarà come sabato; un sabato di assoluto riposo per la terra, un sabato in onore del Signore.
Esattamente lo stesso messaggio contenuto nella "Genesi" dove
Dio consacrò il settimo giorno al riposo perché aveva terminato la creazione - Genesi 2:3.
Il riposo sabatico istituito da Dio, per celebrare la fine della Creazione,
è il riposo sabatico chiesto ad Adamo e per tutta l'umanità, un modo per imitare
Dio e riflettere sul mondo che Egli ha creato, interrompendo il lavoro per dedicarsi
alla contemplazione, alla comunione con Lui e alla celebrazione della vita.
Per questo motivo agli Israeliti veniva chiesto di concedere una tregua produttiva
ai terreni; di dare loro un riposo - "Un anno di maggese per ripristinarne la
fertilità" - In quell’anno non doveva essere fatto nessun lavoro; si poteva
godere dei soli frutti spontanei offerti dalla terra.
Un'indicazione richiamata anche da San Francesco che vedeva la terra come una
"sorella" e una "madre" che ci nutre e governa, e che produce frutti e fiori.
Questo concetto è centrale nel suo celebre "Cantico delle Creature", in cui loda il Creatore per ogni aspetto della natura, dalla terra all'acqua, dal fuoco al sole, considerandoli tutti parte di una famiglia universale legata dal Padre.
Sempre nel Levitico a Mosè venne consegnato un secondo messaggio, per gli Israeliti: In analogia conterai sette settimane in anni, cioè sette volte sette, per un periodo di quarantanove anni. Il decimo giorno del settimo mese farete squillare la tromba dell’acclamazione: "il corno dello Jobel" - letteralmente "ariete / montone” - iubilare / gridare di gioia - dichiarerete santo il cinquantesimo anno e sarà per voi un giubileo ed ognuno avrà il condono dei debiti e nelle compravendite non ci siano torti.
In definitiva, oltre al maggese settennale dei campi, al cinquantesimo anno, era prevista una liberazione generale delle persone e la riacquisizione patrimoniale dei terreni confiscati. Una vera e propria operazione sociale di riequilibrio delle risorse; in una società basata sulla famiglia e la stabilità dei beni di appartenenza.
Ispirandosi ai contenuti della Bibbia, l’anno giubilare ebbe una forte valenza sul piano spirituale: la Chiesa, periodicamente, iniziò a concedere ai cristiani l’occasione di un condono dei loro debiti verso Dio.
Nella chiesa la prima testimonianza di una forma giubilare
la troviamo nella Perdonanza istituita da Pietro da Morrone, un monaco eremita,
con la quale, nel 1294, concesse l'indulgenza plenaria a chiunque, confessato
e comunicato, fosse entrato nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, durante
il periodo stabilito.
La Perdonanza introduceva i concetti di pace, solidarietà e riconciliazione
e si celebra ancora, alla fine di agosto, a L’Aquila, e l'indulgenza si acquisisce
con il semplice pellegrinaggio
Dopo
la morte di papa Nicolò IV, che organizzò crociate per la liberazione della
Terra santa, seguirono una serie di complicanze "politiche" e un lungo periodo
di sede vacante per il conflitto tra le potenti famiglie romane dei Colonna
e degli Orsini che tramavano per il controllo e l'elezione del nuovo papa.
Alle lungaggini si pose fine con il raggiungimento di un compromesso che portò all'elezione "temporanea" di Pietro da Morrone, un frate eremita che prese il nome di Papa Celestino V nel 1294.
Ma la sua vita da frate eremita e l’inesperienza nelle questioni
vaticane crearono al nuovo papa enormi difficoltà, anche nel superare le controversie
tra le pretese romane sul papato e le questioni legate ai regnanti, pertanto,
egli si dimise nel dicembre dello stesso anno.
Il suo successore, velocemente eletto, Papa Bonifacio VIII, lo fece arrestare e rinchiudere nel castello di Fumone, di proprietà di Bonifacio e dove morì nel maggio 1296.
Le cause esatte della morte di Celestino sono ancora dibattute,
ma alcune indagini scientifiche suggeriscono l'ipotesi che la sua morte è stata
causata da un colpo di chiodo.
La "vulgata" - la lettura dei fatti diffusa tra il popolo - ne attribuisce la
responsabilità allo stesso Bonifacio VIII che intendeva liberarsi di lui.
Abbiamo sottolineato ai nostri ascoltatori in viaggio, che
una certa ironia talvolta è presente nei fatti storici. Infatti, Celestino è
stato inizialmente sepolto a Ferentino, nella chiesa abbaziale di Sant'Antonio
Abate, fondata dagli eremiti dello Spirito Santo della Congregazione dei Celestini,
essa stessa promossa proprio da Pietro di Angelerio del Morrone: ovvero il futuro
Celestino V.
Detto per inciso, attualmente, il complesso "romanico celestiniano" di Ferentino rientra tra le competenze territoriali della Curia Vescovile
di Frosinone.
Dopo la morte di Pietro Celestino, il 21 maggio successivo,
la sua salma fu tumulata proprio in quel monastero. Sulla faccia di un pilastro
della chiesa è visibile un affresco che lo ritrae con l'abito monastico dei
benedettini e decorato con un'aureola, ovvero il cerchio luminoso attorno al
capo, che simboleggia la santità e la gloria divina.
Celestino è stato raffigurato nell'atto di presentare all'osservatore i suoi
paramenti pontificali e la tiara papale; ovvero il triregno con il quale si
incoronavano i papi nella Basilica Vaticana. Il rito dell'incoronazione è
stato modificato dal 1963, nonostante la sua importanza storica, e nello stesso
anno l'ultima tiara è stata indossata da Papa Paolo VI e tutti i suoi successori
non hanno più utilizzato la tiara come copricapo.
La tiara o triregno resta una corona regale, un copricapo pontificio composto da tre corone sovrapposte, solitamente decorato con oro e gioielli e sormontato da una croce; essa rappresenta il triplice potere del pontefice: "Padre dei principi e dei re - Rettore del mondo, in quanto guida universale - Vicario di Cristo in terra".

Scorci del monastero di Sant'Antonio a Ferentino
Terminiamo con il dire che Celestino è stato canonizzato nel
1313 da papa Clemente V ad Avignone e all’inizio del 1327; in occasione di una
guerra tra Ferentino e Anagni, le sue spoglie furono trasferite, per una maggiore
sicurezza, nella chiesa di S. Agata dove nel 1330 sono state trafugate dagli
aquilani che le deposero definitivamente nella chiesa di S. Maria di Collemaggio,
fondata dallo stesso Pietro e dove sono tuttora custodite.
In ultimo e non ironicamente, abbiamo fatto notare ai nostri parrocchiani che Bonifacio VIII non approvava la "Perdonanza" istituita da Celestino; ma proprio la Bolla del Perdono di Celestino V, di fatto ebbe a stabilire un precedente
fondamentale per il Giubileo universale della Chiesa cattolica.

Il Giubileo del 1300 - Periodo definito basso medioevo
La consuetudine di un periodico anno santo si deve a Papa Bonifacio
VIII, con la bolla "Antiquorum habet fida relatio", emanata il 22 febbraio 1300, e concedeva il perdono dei peccati a chi avesse visitato le basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura.
Un giubileo con cadenza secolare, anche se questi intervalli sono stati
sempre accorciati dalle esigenze papali. Ma come accadde tutto ciò?
Si parte da un racconto del cardinale Caetani degli Stefaneschi ed anche perché è noto che in occasione del capodanno del '300 crebbe nel popolo di Roma l’aspettativa di una indulgenza plenaria da parte del Papa.
Ad ogni cambiamento di anno, maggiormente di secolo o millennio,
si legano un misto di speranze e timori che spingono ad un tentativo di rinnovamento
del proprio stile di vita e ad un auspicato progresso sociale: un nuovo inizio
per tutti.
Talora, le sensazioni comuni, si legano ad un senso di paura per
la fine del mondo, per le malattie e le guerre; un fenomeno psicologico che
porta a non essere del tutto tranquilli.
In senso opposto a prevalere è sempre una speranza di salvezza e di rinnovamento
spirituale, fenomeni che si ripetono storicamente, come si vede anche nella
storia dei Giubilei che cercavano e cercano di infondere nei fedeli proprio
un senso di spiritualità al passaggio del tempo, trasformando l'ansia in fede.
I romani, la sera dell’ultimo dell’anno del 1300, spinti proprio dal desiderio di un'attesa foriera di consacrazioni e scelte consapevoli, si ritrovarono sotto la Basilica di San Pietro, per ricevere una forma di indulgenza papale ma, Bonifacio, in quel periodo, non dormiva in San Pietro perché, al tempo, i papi abitavano nel palazzo del Laterano e, quindi, tutto si concluse con una grande delusione generale.
Alcuni giorni dopo, il 17 gennaio, il popolo chiese nuovamente l’indulgenza al papa, in occasione della processione della "Veronica", venerata in Vaticano.
Secondo la tradizione, il "Velo della Veronica" - il "Volto santo" - ritrae l'immagine acheropita del volto di Gesù: ovvero una effigie non prodotta da mano. Secondo una ricostruzione, non presente nei Vangeli canonici, la Veronica, una pia donna, incontrò Gesù lungo la Via Dolorosa e quando la donna si fermò per asciugarne il sudore, l'immagine di Cristo rimase impressa sul panno.
A questo proposito è stato detto ai nostri pellegrini, che
le vicende relative alla "Veronica" sono raccontate anche diversamente; in quanto
gli storici sostengono che l'imperatore Tiberio, colpito da una malattia e avendo
saputo che nella Palestina operava un eccezionale guaritore di nome Gesù, ordinò
al suo messo Volusiano di cercarlo a Gerusalemme.
Ma quando Volusiano giunse in Palestina Gesù era stato crocifisso! L'incaricato non volendo tornare a mani vuote da Tiberio e si mise alla ricerca
dei seguaci di Gesù, per ottenere almeno una reliquia del maestro.
Incontrò una donna, chiamata appunto Veronica, che ammise di aver conosciuto
Gesù durante una predicazione e di aver comprato un panno bianco per portarlo
ad un pittore affinché questi, sulla base delle sue indicazioni, gliene facesse
un ritratto.
Ma proprio il giorno in cui era uscita di casa per andare dal pittore, aveva
incontrato nuovamente Gesù. Egli, saputo il desiderio della donna, le aveva
chiesto il panno e, sfregatolo sul suo viso, glielo aveva restituito con impressi
i propri lineamenti.
Volusiano ottenne dalla Veronica quel ritratto e lo portò a Tiberio,
il quale, appena guardò l'immagine del sacro telo, guarì all’istante. Da quel
momento la reliquia rimase sempre a Roma.
Tornando al nostro racconto giubilare, durante la processione romana della "Veronica", questa volta alla presenza del Papa, di nuovo, il popolo chiese una forma di indulgenza plenaria. Bonifacio VIII viste le aspettative e il fervore popolare fece partire le investigazioni alla ricerca dei precedenti ma, negli archivi, non furono trovati riferimenti.
Un vecchio di 107 anni, interrogato da Bonifacio, asserì che
100 anni prima, il 1º gennaio del 1200, all'età di soli 7 anni, assieme al padre,
aveva ricevuto l'Indulgenza dei Cent'Anni, promulgata da papa Innocenzo III.
Quindi il 22 febbraio, festa della cattedra di San Pietro, ebbe inizio il primo
Giubileo cristiano.
Tra le azioni compiute da Bonifacio VIII si annovera anche questa grande intuizione
spirituale ed ecclesiale che testimonia la capacità di aver saputo fornire lo
strumento giusto alle aspettative dei fedeli romani.
Alcune curiosità correlate con il giubileo del 1300
Un
affresco, commissionato per l'occasione, riporta la scena del giubileo. Un raro
frammento (110x110 cm), staccato dalle mura vaticane, attribuito a Giotto e
databile al 1300 circa è conservato in San Giovanni in Laterano a Roma. Il Vasari
lo attribuì al Giottino, pittore fiorentino del ‘300.
Ricerche successive, lo attribuiscono sempre a Giotto/Cimabue. Le precarie condizioni di conservazione dell'opera hanno impedito una piena valutazione del frammento e i dubbi sono rimasti, oscillando nell'attribuzione tra la mano diretta di Giotto o quella degli assistenti di bottega.
Altra curiosità la partecipazione di Dante Alighieri al giubileo, accertata storicamente. Dante, idealmente, il 25 marzo del 1300 iniziò il suo viaggio raccontato nella "Commedia"; un viaggio che ha inizio con la frase: «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita», i celeberrimi versi d'apertura dell'Inferno, il primo canto della Commedia di Dante, che segnano l'inizio di un viaggio allegorico, ritrovandosi smarrito tra peccato e perdizione a circa metà della vita umana.
Secondo la ricostruzione letteraria più diffusa, il viaggio immaginario di Dante nella Divina Commedia tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, si svolge durante la Settimana Santa del 1300. Il viaggio inizia, secondo la tradizione, la sera del Giovedì Santo, l'8 aprile 1300, e si conclude la mezzanotte del Giovedì successivo, il 14 aprile, completando così un periodo di sette giorni.
Un cammino, quello di Dante,
che lo porta ad incontrare lo stesso papa Bonifacio VIII che ebbe però poca
fortuna con lo scrittore perché lo relegò nel girone infernale dei simoniaci,
sebbene quest’ultimo non fosse ancora morto.
A commento... i simoniaci sono i mercanti di cose ecclesiastiche di ordine spirituale in cambio di denaro e compravendita di cariche ecclesiastiche. In effetti, la tradizione storica vuole che motivazioni non del tutto spirituali, ma economiche, siano state alla base del primo Giubileo della storia.
Ricordiamo, inoltre, che lo smarrimento nella "selva oscura" avvenne letterariamente, proprio a metà della vita di Alighieri, all'incirca a 35 anni. Comunque, è molto probabile che Dante Alighieri fosse a Roma nel 1300 per il primo Giubileo; un viaggio conseguente alla morte di Beatrice Portinari avvenuta l'8 giugno 1290 a Firenze.
Beatrice, detta Bice, si è coniugata con Simone de' Bardi.
Il luogo della sua sepoltura, tradizionalmente indicato nella chiesa di Santa
Margherita de' Cerchi, prossima alle abitazioni degli Alighieri e dei Portinari.
Questa ipotesi, sebbene confermata da una epigrafe risulterebbe incoerente perché
Beatrice essendo maritata certamente la sua sepoltura ebbe luogo nella tomba
della famiglia del marito.
Ricerche condotte dallo studioso Domenico Savini, indicano come possibile luogo
di sepoltura la basilica di Santa Croce, sempre a Firenze, dove una seconda
e più antica epigrafe, con lo stemma familiare, confermerebbe l'ipotesi. La
scrittura è presente vicino alla Cappella dei Pazzi.
Comunque, sbalorditivo è stato il successo del giubileo; a Ponte Sant'Angelo, una sorta di strettoia, il servizio della gendarmeria iniziò a regolamentare il senso di marcia dei pedoni, indirizzando i pellegrini lungo percorsi secondari.
Questo fatto dovette ispirare Dante nel paragonare l’afflusso
dei pellegrini, sul ponte Sant’Angelo, al procedere delle schiere di peccatori
nel girone dell’inferno.

Il Giubileo 1500 - Nel periodo del rinascimento
Un salto storico ci porta a parlare del giubileo del 1500, organizzato da papa Alessandro VI Borgia, indetto il 28 marzo del 1499 - giovedì santo - con la bolla "Inter multiplices": una celebrazione molto curata dal Pontefice.
Per la prima volta - l'ufficio vaticano - attraverso il cerimoniere
pontificio Giovanni Burcardo, approntò un cerimoniale ufficiale per gli eventi
giubilari che, in larga parte, è quello utilizzato ancora oggi.
I rituali, per la prima volta, regolamentarono l’apertura e la chiusura della
porta santa ed anche l'apertura delle porte sante presso le quattro basiliche
papali maggiori.
Sulla
base delle esperienze acquisite, iniziarono anche i "rituali" per alcuni lavori
che, in seguito, sono diventati una costante per i grandi eventi e che, normalmente,
comprendono progettazioni concentrate sulla riqualificazione urbana e infrastrutturale
per l'accoglienza dei pellegrini nel periodo dei festeggiamenti, per diventare,
in seguito, una risorsa sociale per la cittadinanza.
Alessandro Borgia fece ristrutturare e ampliare gli accessi alla basilica di san Pietro e diede inizio ai lavori per aprire una nuova strada: la Via Alessandrina compresa tra il Borgo Vecchio e il Borgo Sant'Angelo. La stessa Via Alessandrina che, più tardi, prese il nome di Borgo Nuovo per analogia con la toponomastica locale ed seguito smantellata tra il 1936 e il 1940 per far spazio alla costruzione di Via della Conciliazione.
La costruzione di Via Alessandrina, snelliva la calca dei pellegrini nell'area di Castel Sant'Angelo, come era avvenuto nei giubilei precedenti, favorendo lo scorrere delle processioni fino a San Pietro. La costruzione della strada richiese l'abbattimento di una parte del Rione Borgo.
E come non accogliere la richiesta di un perdono che porta
alla promozione delle indulgenze.
Con l'occasione venne garantita l'indulgenza plenaria ai pellegrini che avessero visitato le quattro basiliche papali un numero di volte prestabilito (trenta per i romani, quindici per i forestieri).
Una promozione tanto auspicata dai pellegrini
e palesemente invocata dal popolo nelle occasioni giubilari; ovviamente un tema "scottante" riproposto ed ampliato ma che richiamò le controversie
e i malumori alla base della Riforma protestante.
Questo Giubileo resta famoso per l’esposizione della pietà di Michelangelo: uno dei massimi esponenti dell'arte rinascimentale italiana, completata 1499. La Pietà è anche l'unica opera di Michelangelo che riporta la sua firma, incisa sulla fascia che attraversa il manto della Vergine.
I pellegrini, nelle ricorrenze giubilari successive del 1525 potettero ammirare gli affreschi della Cappella Sistina e in quello del 1550, vedere lo spettacolo straordinario del Giudizio Universale, un capolavoro che con la sua potenza visiva ed emotiva segnò la fine di un'epoca.
Ritratto di Sisto V - Tridente sistino e obelischi.
Anche se abbiamo scelto di parlare soltanto dei papi giubilari, a cavallo
dei secoli, che in qualche modo hanno caratterizzato il cambiamento sociale
e culturale del tempo: maggiormente nel periodo rinascimentale e barocco, è doveroso aprire una parentesi
per parlare di un papa intermedio - Sisto V.
Sisto V, al secolo Felice Peretti, non ha indetto un giubileo durante il suo
pontificato ma, l'impatto che ebbe sulle vicende romane è stato enorme; anche in funzione giubilare, preparando Roma ad ospitare i pellegrini nelle occasioni giubilari ed in modo particolare al giubileo del 1600.
Papa Sisto seppe imprimere ad una città decaduta una svolta
architettonica ed urbanistica con l'occhio puntato al prestigio papale. Certamente voleva una più efficiente comunicazione tra le basiliche,
per favorire lo spostamento dei pellegrini ma, più in generale, con il suo intuito, seppe dare una risposta al vissuto cittadino, con una sua idea di sviluppo che oggi, con un termine moderno, definiamo urbanistico.
Mantenendo un focus sugli obiettivi generali e territoriali del papa, certamente in lui era prevalente il messaggio propagandistico
della Chiesa del tempo; non riusciamo ad immaginare un papa architetto con prospettiva spinta ai massimi livelli: ovvero una razionale visione "architettonica" papale per una riforma urbanistica della città e del territorio, con prospettive di pianificazione e secondo gli schemi che oggi definiamo odierni.
Abbiamo l'idea che molte cose, ben fatte, hanno portato ad un ottimo risultato. In definitiva, la qualità del suo "pensiero" non deriva da un singolo gesto, ma dalla somma di tante azioni ben eseguite, nei cinque anni del suo papato - (1585-1590).
I risultati delle sue azioni includono la realizzazione di infrastrutture complesse come l'acquedotto Acqua Felice, la realizzazione di importanti edifici e delle vie rettilinee, cha hanno cambiato il volto di Roma, portandola ad assumere un aspetto più moderno, ancora oggi visibile. Aggiungiamo che anche il suo progetto di bonifica dell'Agro Pontino, affidato all'architetto Ascanio Fenizi, per migliorare il corso del Fiume Antico - Oggi Fiume Sisto - resta fondamentale per la pianificazione territoriale costiera.
E' indubbio che le sue politiche di rinnovamento urbano, pur cercate per affermare il potere della Chiesa, hanno favorito il paesaggio urbano: la sistemazione delle piazze, fontane e obelischi permettono di godere la bellezza di una città tanto attrattiva per i visitatori moderni.
Questa storia sistina trova un suo spazio culturale, nel nostro racconto, perché avviando anche la "lotta al brigantaggio", a torto o a ragione, in qualche modo la sua iniziativa ha aperto la strada per la nascita del nostro santuario mariano della Madonna della Neve a Frosinone che lega il suo titolo devozionale alla "Salus Populi Romani" tradotto "salvezza del popolo romano"- perlomeno per la nevicata romana.
Restando ancora nelle argomentazioni sistine, è interessante raccontare, ai nostri pellegrini, l'intervento che ancora oggi qualifica la Roma attuale: il "Tridente Sistino" - Una delle più importanti realizzazioni urbanistiche del XVI secolo nota agli studenti di Architettura che ne fanno oggetto di studio.
Osservando la cartografia della città è subito evidente il celebre impianto
urbanistico seicentesco che parte da Piazza del Popolo e si dirama in tre vie
principali: Via del Corso (centrale), Via del Babuino (a ovest) e Via di Ripetta
(a est), voluto per collegare la porta d'ingresso Nord della città con le basiliche
maggiori: San Pietro, San Giovanni, Santa Maria Maggiore e Santa Croce in Gerusalemme.
Un assetto urbanistico che ha caratterizzato nei secoli lo sviluppo del centro
storico romano, con una significativa influenza sulle piazze, i palazzi e le
chiese monumentali.
Ancora oggi il "Tridente" ha un impatto determinante sul passeggio
urbano, sociale e turistico: una delle principali valenze odierne; come il camminare
a piedi in città, nota anche come trekking urbano o urban hiking, che combina
attività fisica, scoperta culturale e turismo sostenibile resta determinante
davanti ad un capolavoro di urbanistica, dichiarato patrimonio mondiale dell'UNESCO,
che unisce monumenti antichi come il Colosseo e il Pantheon, edifici rinascimentali
e barocchi ed un tessuto urbano che riflette millenni di storia.
A differenza delle capitali europee, Roma è considerata "caput mundi" per la
sua stratificazione storica e culturale unica, ma anche grazie proprio al paesaggio urbano e alla sapiente fusione dei diversi stili architettonici: in definitiva un insieme coeso.

Al centro del "Tridente" troviamo Via del Corso, sul tracciato dell'antica
Via Flaminia, per un collegamento tra Porta del Popolo e Piazza Venezia. Via di Ripetta, a sinistra nella rappresentazione grafica della cartina, fiancheggia il Tevere, il vecchio porto di Ripetta e l'attuale sito dell'Ara Pacis, favoriva
il collegamento diretto con Ponte Sant'Angelo - Quartiere Borgo - Vaticano.
Sul lato destro, Via del Babuino: il collegamento tra Piazza del Popolo - Piazza
di Spagna - Santa Maria Maggiore ed ancora Santa Croce in Gerusalemme - fuori
mappa.
Storicamente, nel settembre 1571, vennero concesse da Pio V tre once d’acqua
per la realizzazione di una fontana ad uso pubblico lungo detta strada. La statua
del sileno posta ad ornamento della fontana è stata da subito considerata
deforme e brutta per fattezza e, di conseguenza, battezzata dai romani "er babuino" perché paragonata
ad una scimmia.
Nell'antichità i Sileni, figure della mitologia greca, erano i figli del dio
Pan - Divinità minori erano considerati geni delle acque e delle foreste.
I lavori sistini inclusero anche all'attuale Via Merulana frutto di un radicale adattamento del vecchio tracciato della Via Gregoriana voluta da papa Gregorio XIII. La nuova strada favoriva le processioni dei pellegrini tra la Basilica di Santa Maria Maggiore e quella di San Giovanni in Laterano - Palazzo Laterano - facilitando le visite alla Scala Santa ed alla vicina Basilica di Santa Croce in Gerusalemme.
Sempre a Sisto V si deve l'apertura dello "Stradone di San
Giovanni" - Via di San Giovanni in Laterano - La storica arteria che collega
Piazza San Giovanni in Laterano e l'area dei Fori Imperiali tra Colosseo - Piazza
Venezia - Basilica di San Pietro.
Peraltro, percorrendo lo stradone, ancora oggi, restava facile una visita alla
famosa chiesa di San Clemente e alla Basilica dei Santi Quattro Coronati.
Completiamo l'elenco aggiungendo Via XX Settembre, oggi una
delle strade moderne che seguono in parte il tracciato della Strada Pia, come
collegamento diretto da Porta Nomentana a Piazza Venezia. Oggi, molto spesso,
per lasciare il centro storico, la si percorrere in macchina da Piazza Venezia
- Via Quattro Novembre - Via XXIV Maggio - (Ex Salita di Montecavallo) - P.zza
del Quirinale - Via XX Settembre - Porta Pia.
La strada resta fondamentale tra gli snodi più importanti della città odierna
per la pubblica rappresentanza del Palazzo del Quirinale - Residenza papale,
napoleonica ed attualmente del Capo dello Stato.
Dopo l'ampia disamina del tridente sistino, come non porre l'attenzione dei nostri pellegrini sul ruolo degli obelischi. Un egiziano oggi a Roma rimarrebbe stupefatto per la quantità di monoliti presenti nella città: grandi e piccoli sono tredici e fanno bella mostra in Piazza San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, sul colle Quirinale, a Palazzo Montecitorio, a Piazza del Popolo, davanti a San Pietro in Vaticano, nel bel mezzo di Piazza Navona, davanti al Pantheon, nell'area antistante la Basilica di Santa Maria sopra Minerva, a Trinità dei Monti, al Pincio, in Piazza dei Cinquecento nel sito delle Terme di Diocleziano ed anche a Villa Celimontana.
In verità, tra i molti obelischi di Roma, abbattuti durante il Medioevo per motivi religiosi ed in seguito recuperati, ne potevano annoverare almeno altri quattro se uno non fosse stato portato a Firenze, per decorare i Giardini di Boboli, due ad Urbino per essere assemblati allo scopo di costruirne uno solo e che oggi si può ammirare in Piazza del Rinascimento, nei pressi del Palazzo Ducale - Chiesa di San Domenico - mentre il quarto; denominato "obelisco di Anxur" è stato restituito all’Etiopia.
Quasi tutti hanno origine egiziana e la loro mole possente ed incredibile svettò per secoli anche al termine dell’impero romano, nonostante i saccheggi della città, le inondazioni del Tevere, i terremoti e le altre calamità. Tanti di essi erano rimasti belli dritti e puntati verso il sole, secondo le intenzione egiziane.
Per superstizione quasi tutti gli obelischi romani sono stati volutamente abbattuti in quanto simboli del paganesimo. Pochi gli obelischi che si salvarono dalla furia iconoclasta; quasi tutti furono abbattuti, picconati e dati alle fiamme, affinché non potessero mai più essere di nuovo drizzati.
Ma proprio Sisto V con la sua "utopia urbanistica" seppe renderli "fari" per indirizzare i pellegrini del giubileo verso il Vaticano e le attrattive basiliche cristiane. Il "faro" che maggiormente brilla nel cielo romano è proprio l'obelisco Vaticano.
L'obelisco del Vaticano, privo di geroglifici, si è salvato dalle devastazioni, ancora eretto sostava in uno spazio compreso tra l'attuale colonnato del Bernini e la Basilica di San Pietro, occupato dal Circo di Nerone ed è stato, secondo gli studiosi, testimone della crocefissione di san Pietro. Spostato di un centinaio di metri dall'architetto Domenico Fontana è oggi un simbolo dell'architettura e del papato.
Giocando sull'emotività dei nostri pellegrini parrocchiani, abbiamo sottolineato un curioso parallelo tra due degli obelischi più rappresentativi per i fedeli: l'obelisco al centro di piazza San Pietro, di fronte alla Basilica e quello di di San Giovanni in Laterano: il primo ostentava la sua magnificenza nel Circo di Nerone, dove lo stesso imperatore amava partecipare attivamente alle corse dei carri, mentre l'obelisco del Laterano che è oggi il più alto eretto di origine egiziana nel mondo, svettava nel Circo Massimo, sempre un luogo frequentato da coloro che amavano la corsa dei carri romani.

Il Giubileo 1600 - Il "Giubileo Barocco" di Clemente VIII
Quello del 1600 è stato definito dagli storici come il "Giubileo
barocco": un giubileo ricco di sfarzosità ed esteriorità coreografica, ma con
una serie di provvedimenti papali per invitare il clero a svolgere il proprio ruolo con maggiore senso religioso, per ripristinare la fiducia del popolo nella Chiesa.
Infatti, secondo gli storici, il pontificato di papa Clemente si focalizzò anche sulla riaffermazione dell'autorità papale e sulla riforma della Chiesa dopo il Concilio di Trento: nella sostanza Roma si preparava ad essere il "teatro religioso del mondo".
Clemente VIII proclamò il Giubileo del 1600 con largo anticipo attraverso la bolla pontificia "Annus Domini Placabilis", emanata il 19 maggio 1599 e, nella fase preparatoria egli stesso diede un forte esempio personale di penitenza e servizio a favore dei pellegrini.
Lo stesso papa preparò, per se stesso, un nuovo diario di rappresentanza, partecipando alle tante iniziative sociali e cerimonie religiose. Alcuni esempi: lavò spesso i piedi dei pellegrini, visitò sessanta volte le quattro basiliche, concesse elemosine e, quotidianamente, accoglieva nella sua mensa i poveri.
La nuova politica papale favoriva, per alcuni versi, un clima di attesa speranzosa, in seguito alle lunghe controversie che avevano coinvolto la Chiesa cattolica, dopo il Concilio di Trento e la necessità di una rinfrescata spirituale, maggiormente dopo la riforma protestante in Europa, legata alla dottrina di Martin Lutero ed a tutte le grandi questioni che ancora gravavano sulla dimensione spirituale vaticana.
Tra tutte le questioni quella dell'Immacolata Concezione, l’introduzione sacramentale del battesimo e della confermazione, ma anche le discussioni sulla reale presenza di Cristo nell'Eucaristia, la dottrina della transustanziazione, la festa dell'Adorazione Eucaristica e del Corpus Domini e... quant'altro.
Il giubileo si presentava come l'occasione di una riaffermazione
dei valori del cattolicesimo, anche attraverso opere monumentali e ricche di
simbologia e il tutto doveva essere supportato da imponenti scenografie: fontane,
giochi d’acqua, mirabolanti fuochi d’artificio.
Ovviamente, il regista delle architetture e delle esteriorità non poteva non essere Gian Lorenzo Bernini, capace di stupire spettatori e pellegrini, nonostante l'evidente degrado economico e politico romano.
Anche Caravaggio era presente a Roma durante le celebrazioni giubilari. Aveva portato a termine i suoi due dipinti più famosi: la Vocazione e il Martirio di san Matteo, - Chiesa San Luigi dei Francesi - per essere esposti all'attenzione dei fedeli.
Attraverso Porta del Popolo, la notte del 9 maggio, al lume delle torce, una processione coreografica, attraversò la città con la rappresentazione dei misteri della passione, morte e risurrezione di Cristo.
Un tipo di rappresentazione paragonabile a quella che si celebra annualmente ad Alatri il "Venerdì Santo". Il Bernini, esperto scenografo aveva programmato una serie di processioni con ragazzi vestiti da angeli, le zitelle con rami d'olivo, Gesù a cavallo di un asino seguitato dagli apostoli e dai vari personaggi evangelici, compresa una moltitudine di figuranti per la rappresentazione delle scene della passione.
Lo spettacolo, a sfondo religioso, doveva toccare emotivamente
il pubblico e, secondo le cronache, divenne ogni giorno più imponente, compresa
la presenza giornaliera dei pellegrini penitenti e dei turisti a qualsiasi titolo.
Religiosità, arte e giustizia popolare si fusero insieme nel delineare la nuova
immagine di Roma: una città santa e attrattiva, mentre il "coreografo" Gian
Lorenzo Bernini coniugava mirabilmente il religioso con il mondano, organizzando
rappresentazioni a tema anche all’interno del suo colonnato in san Pietro.
Però... c'è sempre un però!!! Nonostante tutto, il clima che
si respirava a Roma non era dei migliori; a causa delle esecuzioni capitali
che, normalmente, si svolgevano nelle varie piazze romane: due esecuzioni, in particolare, avevano
scosso i romani.
La prima, dell'11 settembre 1599, alla vigilia del giubileo, riguardante la famiglia
Cenci, sul palco di giustizia eretto a Castel S. Angelo e la seconda, del 17
gennaio 1600, quella del frate Giordano Bruno.
Giordano Bruno, arrestato a Venezia nel 1592 e consegnato all'Inquisizione romana, fu processato per sette anni prima di rifiutare di abiurare, fu giustiziato e arso sul rogo a Campo de' Fiori, per le sue idee filosofiche e teologiche, considerate in contrasto con la dottrina cattolica dall'Inquisizione che lo considerò un "eretico pertinace" - Il termine si riferisce a una persona condannata per eresia che si rifiuta ostinatamente di abiurare le proprie convinzioni religiose e filosofiche, in contraddizione con i dogmi cattolici.
Giordano teorizzava l'infinità dell'universo, sostenendo che fosse infinito
e popolato da infiniti mondi, contrariamente alla visione aristotelica e cristiana
di un universo finito creato da Dio.
Giordano era il massimo del non attuale, per dire che le sue idee, considerate eretiche e inattuali all'epoca, siano poi diventate centrali nel pensiero moderno, come l'idea di un universo infinito e l'idea di un Dio immanente nella materia.
Giordano predicava proprio di un "Dio immanente" che si riferisce alla concezione di un Dio che è presente all'interno del mondo e della natura, invece di essere separato e trascendente. Inoltre, negava alcuni dogmi fondamentali del cristianesimo, come l'incarnazione di Cristo.
Ma,
l’impatto psicologico maggiore sulla popolazione, per un evento difficile da
elaborare e non dimenticato, era stata la decapitazione di Beatrice Cenci, una
ragazza di 20 anni; forse la più famosa detenuta nelle prigioni di Castel Sant'Angelo,
figlia di Francesco Cenci, uno degli uomini più ricchi di Roma, ma altrettanto
dissoluto e violento.
La bellissima ragazza subì, per tutta la sua adolescenza e durante la giovinezza, le sevizie e gli abusi del padre. Per evitare scandali il Cenci, su pressioni vaticane, la rinchiuse, insieme con la matrigna, nella rocca di Petrella Salto vicino Rieti, dove possedeva un castello ma, nonostante l’esilio, le continue violenze del padre perdurarono e spinsero Beatrice, con la complicità di un carceriere, a programmare l'uccisione del padre simulando un incidente.
Dopo le confessioni sotto tortura, Beatrice fu accusata, insieme ai fratelli e alla matrigna, Lucrezia Petroni, di omicidio. Il processo e i fatti accaduti avevano inorridito ed emozionato il popolo che chiese la grazia per Beatrice.
Nonostante le attenuanti e malgrado tutte le manifestazioni
di simpatia da parte dell'opinione pubblica, i rei ricevettero la condanna a
morte.
La "voce popolare" tamburellava le orecchie dei romani. Si vociferava che Clemente VIII avesse una certa convenienza nel giustiziare Beatrice, perché il papa aveva confiscato e avocato a se stesso, tutti i beni patrimoniali della famiglia Cenci.
La conferma del vocio popolare trovava fondamento in un ulteriore "esproprio" ordinato da Clemente VIII; ovvero la confisca dei gioielli di Beatrice e di un quadro che la raffigurava: un quadro attribuito a Guido Reni.
Davanti al "tribunale" non c'è stata clemenza per nessuno. I complici e i fratelli subirono decapitazioni e squartamenti, mentre Beatrice e la matrigna furono decapitate, sempre nella piazza di Ponte Sant'Angelo, con una "spada di giustizia" e dove si era radunata una folla immensa di persone, commossa e in lacrime, per la crudezza degli eventi, ma anche per la giovane età e per il coraggio dimostrato dalla fanciulla nel salire sul patibolo.
Proprio nel momento dell'esecuzione di Beatrice si reiterarono le proteste
e vi furono ribellioni e tumulti contro il papa. Diverse persone trovarono addirittura
la morte per il crollo di una tribuna aperta al pubblico, avvenuta per il subbuglio generale,
difficilmente descrivibile, secondo le cronache del tempo.
Addirittura, lo stesso boia, esecutore della sentenza, alcune settimane dopo,
lacerato dai sensi di colpa, per aver spezzato la vita di Beatrice e della sua
famiglia, si uccise.
Il corpo di Beatrice Cenci ricomposto dai confratelli della Compagnia della Misericordia e accompagnato da una folla commossa, venne traslato, con una processione, nella chiesa di S. Pietro in Montorio, dove avvenne la sepoltura sotto l’altare maggiore. Un ornamento di rose era stato preparato per omaggiare una vittima della sopraffazione dei potenti.
Per far capire bene la necessità di celebrare un giubileo ristoratore dell’aria che si respirava a Roma nel periodo tra il papato di Sisto V e quello di Clemente VIII ci affidiamo alle "pasquinate" romane.
Ai
nostri interlocutori abbiamo spiegato che "Pasquino" è la più celebre statua
parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della città tra il XVI ed il
XIX secolo.
E' una scultura mutila di fattura greca - braccia e gambe si sono perse nel tempo - che raffigura il torso di Menelao mentre sorregge
il corpo di Patroclo. Alla statua è stato attribuito il nome del sarto Pasquino che aveva bottega nella
piazza antistante; un sarto famoso per le sue battute sarcastiche ed
argute.
Con il tempo, la statua divenne un supporto al quale appendere fogli di carta contenenti
satire in versi e lettere esclusivamente anonime, che sbeffeggiavano i personaggi pubblici del tempo.
Oggi è l'unica delle sei statue parlanti di Roma e rimane un simbolo del malcontento
e dell’insoddisfazione popolare.
Ebbene, tra le diverse "pasquinate" giunte anche a noi, troviamo la seguente frase satirica: "Ciò che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini".
La frase chiamava in causa papa Urbano VIII Barberini e famiglia per gli scempi
edilizi ai danni alla città, maggiori di quelli che avrebbero potuto esser causati
da un'invasione barbarica.
La frase, faceva riferimento anche al bronzo del Pantheon, perché papa Urbano VIII ne commissionò la rimozione dalle trabeazioni per realizzare i cannoni per Castel Sant'Angelo e per la costruzione del Baldacchino posto ad ornamento
dell'altare di San Pietro in Vaticano.
Una seconda satira ci riconduce al malcontento per le esecuzioni
capitali, essa recita: "Ce sò più teste mozze su le spallette che meloni
al mercato".
Decifrandone il contenuto, la satira, con tristezza, è stata maggiormente
percepita dai nostri colleghi pellegrini. Ebbene, ancora oggi, la caratteristica
più suggestiva di Ponte Sant’Angelo, costruito dall’imperatore Adriano, sono
le statue degli angeli posizionate sui parapetti da Gian Lorenzo Bernini. Addirittura,
il Bernini ne scolpì due, custodite nella Basilica di Sant’Andrea delle Fratte,
mentre le restanti statue sono state realizzate dai suo allievi.
Durante il papato di Sisto e di Clemente, proprio sulle spallette del
ponte e lungo il percorso giubilare si lasciavano esposti i cadaveri delle persone
giustiziate.
Nel periodo giubilare dovrebbe prevalere la clemenza dell'uomo quando si è portati ad invocare la clemenza divina, volgendo l'occhio all'amore misericordioso di Dio, che perdona e "rende giusto" l'uomo attraverso il pentimento e la grazia,
andando oltre la mera retribuzione o il castigo.
In sintesi, la giustizia terrena si concentra sulla retribuzione, il castigo
e l'ordine legale, mentre la clemenza divina offre salvezza e redenzione.
Stante quanto detto, percorrendo Ponte Sant'Angelo un certo disagio, sembra pervadere il popolo degli "impiegati e dei lavoratori" che sostengono di incontrare, poco prima del sorgere del sole, un inquietante personaggio avvolto in un manto scarlatto: tutti parlano di Giovanni Battista Bugatti; un personaggio entrato nell’immaginario collettivo grazie al teatro e alla cinematografia con i bravissimi Aldo Fabrizi e Paolo Stoppa, che interpretavano il Mastro Titta nel "Rugantino".
Il leggendario Mastro Titta, il boia più famoso di Roma che abitava a Vicolo del Campanile 2, nel Rione Borgo. Si racconta che il suo fantasma ami percorrere Ponte Sant'Angelo, uno dei luoghi in cui talvolta giustiziò alcuni degli oltre 500 condannati a morte della sua lunga carriera; un fantasma con un mantello scarlatto che ama offrire una presa di tabacco da masticare a chiunque incontri durante le sue passeggiate.
Un’ultima notizia riguarda alcuni lavori di scavo eseguiti nell’ultimo decennio dell’Ottocento per la sistemazione del Tevere. Poco distante dal punto in cui si ergeva il palco delle esecuzioni capitali, sono stati trovati, i resti dei magazzini che custodivano gli "attrezzi" del boia; tra i reperti sepolti dalle piene del Tevere è stata ritrovata una "spada di giustizia" rimasta sepolta dalle piene del Tevere.
La configurazione tecnica della spada e la rarità di tale attrezzo, in base agli studi effettuati dai ricercatori, sembrano confermare l'ipotesi che possa trattarsi della spada con cui si eseguivano le decapitazioni capitali, anche al tempo dell’esecuzione di Beatrice Cenci e della matrigna Lucrezia Petroni.
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